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ARCHIVIO NUMERI PASSATI: NUMERO ILA GEMELLA MUTA DELLA SCRITTURAA cura di Silvia Pillin silviapillin@gmail.com Parlare di scrittura significa in primo luogo parlare di quella che la scrittrice canadese Margareth Atwood chiama “la gemella muta della scrittura” ovvero la lettura. Bene, ho scritto la prima frase del mio articolo e adesso c'è il vuoto. Dovrei dire che non può esistere scrittore che non sia anche accanito lettore, che è la lettura il gesto su cui si fonda la scrittura, che tutti gli scrittori prima di diventare tali sono stati dei lettori. Dovrei inserire la fantastica citazione di Dacia Maraini, quella che mi sono imparata a memoria tanto è bella, quella che dice che: “Chi ama veramente la scrittura prima di tutto è innamorato della lettura. Si crogiola nei libri, se ne innamora. E anche se scrive, non smetterà mai di riempirsi gli occhi e le mani di romanzi, perché sono il suo nutrimento preferito”. (1)
Invece non sono capace di fare niente di tutto questo, e allora riprendo in mano Come un romanzo di Pennac e cerco di
farmi venire qualche idea.
Senza accorgermene la prosa di Pennac, brillante e scorrevole, mi ha già portato a pagina quaranta del suo libro.
È paradossale, la lettura di una pagina ha bisogno di un tempo tanto breve che si finisce per credere che anche la
scrittura di quella stessa pagina abbia richiesto al suo autore un tempo così piccolo. Invece la scrittura è
un'attività semplice, fondamentale e austera, che richiede molto, moltissimo tempo. È la lentezza una delle
caratteristiche della scrittura, e forse è proprio per questo suo aspetto così artigianale e allo stesso tempo
rigoroso, che la scrittura deve essere una vocazione.
“Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere, mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e familiari e li sento ben fermi nelle mie mani”. (5) Si potrebbero portare come esempio le esperienze di molti altri scrittori, ma sempre e comunque emergerebbe la consapevolezza che, nonostante tutto, quelle persone, nella loro vita, non avrebbero potuto fare altro che scrivere. Credo sia per questo che John Gardner, scrittore statunitense e professore di creative writing, arriva a sostenere che: “Non c'è niente di più arduo del diventare un vero romanziere, a meno che non sia la sola cosa che uno vuole diventare. In questo caso, nonostante che diventarlo sia arduo, qualsiasi altra cosa è più ardua di questa”. (6)
Grazie a Pennac ho parlato della lettura e della vocazione alla scrittura. Ora però vorrei arrivare a parlare della
scrittura creativa perché è anche nei corsi e nei manuali di scrittura creativa che un aspirante narratore
può trovare conferme alla sua vocazione. Solo che parlare di scrittura creativa in Italia non è cosa facile,
e chi tiene o chi frequenta un corso di scrittura ha sempre il problema di legittimarsi, di difendersi da coloro che sostengono
che a scrivere non si può insegnare. Fortunatamente la scrittura creativa non è nata in Italia, e così,
mutuando la creative writing dagli Stati Uniti abbiamo mutuato anche le stesse obiezioni a questa attività e
le spiegazioni necessarie a giustificarla.
(1)
D. MARAINI, Il sale sulla coda, in «Il Corriere della Sera», 28 marzo 2006, p. 36.
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