Nuove Correnti
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LA GEMELLA MUTA DELLA SCRITTURA

A cura di Silvia Pillin silviapillin@gmail.com

Parlare di scrittura significa in primo luogo parlare di quella che la scrittrice canadese Margareth Atwood chiama “la gemella muta della scrittura” ovvero la lettura.

Bene, ho scritto la prima frase del mio articolo e adesso c'è il vuoto. Dovrei dire che non può esistere scrittore che non sia anche accanito lettore, che è la lettura il gesto su cui si fonda la scrittura, che tutti gli scrittori prima di diventare tali sono stati dei lettori. Dovrei inserire la fantastica citazione di Dacia Maraini, quella che mi sono imparata a memoria tanto è bella, quella che dice che:

“Chi ama veramente la scrittura prima di tutto è innamorato della lettura. Si crogiola nei libri, se ne innamora. E anche se scrive, non smetterà mai di riempirsi gli occhi e le mani di romanzi, perché sono il suo nutrimento preferito”. (1)

Invece non sono capace di fare niente di tutto questo, e allora riprendo in mano Come un romanzo di Pennac e cerco di farmi venire qualche idea.
Ecco, invece di scrivere, leggo. È proprio questo che devo dire: se si vuole scrivere si deve leggere. Non c'è altro modo. Lo dice Mario Vargas Llosa, Bianca Pitzorno, David Lodge, Mario Soldati, Massimo Baldini, Stephen King, Corrado Augias, lo dice persino Silas Flannery, il personaggio di un romanzo di Calvino, lo dicono tutti i manuali di scrittura creativa.
Per me il rapporto tra lettura e scrittura è naturale come quello tra inspirazione ed espirazione: prima si inspira poi si espira, prima si legge poi si scrive.

Senza accorgermene la prosa di Pennac, brillante e scorrevole, mi ha già portato a pagina quaranta del suo libro. È paradossale, la lettura di una pagina ha bisogno di un tempo tanto breve che si finisce per credere che anche la scrittura di quella stessa pagina abbia richiesto al suo autore un tempo così piccolo. Invece la scrittura è un'attività semplice, fondamentale e austera, che richiede molto, moltissimo tempo. È la lentezza una delle caratteristiche della scrittura, e forse è proprio per questo suo aspetto così artigianale e allo stesso tempo rigoroso, che la scrittura deve essere una vocazione.
Che cosa sia la vocazione alla scrittura lo spiegano molti  scrittori, con le loro testimonianze. Paul Auster per esempio crede che la ragione per cui scrive sia che ‘deve’ scrivere, anche se la scrittura non è esattamente un'attività facile, e non dà molti piaceri. (2) Jeorge Luis Borges dice di aver sempre saputo che il suo destino era un destino letterario, di lettore e, imprudentemente, anche di scrittore.Per lui scrivere significa “rispondere ad una domanda, a un bisogno interno”. (3) George Amado scrive perché, nel bene o nel male, è l'unica cosa che sa fare; e perché è un mestiere che, essendo duro, difficile, a volte anche drammatico, dà molta allegria e una certa soddisfazione di aver compiuto qualcosa. (4) E poi c'è Natalia Ginzburg che nel saggio intitolato Il mio mestiere spiega con una semplicità e una forza quasi infantili cosa significa, per lei, essere scrittrice:

“Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere. Quando mi metto a scrivere, mi sento straordinariamente a mio agio e mi muovo in un elemento che mi par di conoscere straordinariamente bene: adopero degli strumenti che mi sono noti e familiari e li sento ben fermi nelle mie mani”. (5)

Si potrebbero portare come esempio le esperienze di molti altri scrittori, ma sempre e comunque emergerebbe la consapevolezza che, nonostante tutto, quelle persone, nella loro vita, non avrebbero potuto fare altro che scrivere. Credo sia per questo che John Gardner, scrittore statunitense e professore di creative writing, arriva a sostenere che:

“Non c'è niente di più arduo del diventare un vero romanziere, a meno che non sia la sola cosa che uno vuole diventare. In questo caso, nonostante che diventarlo sia arduo, qualsiasi altra cosa è più ardua di questa”. (6)

Grazie a Pennac ho parlato della lettura e della vocazione alla scrittura. Ora però vorrei arrivare a parlare della scrittura creativa perché è anche nei corsi e nei manuali di scrittura creativa che un aspirante narratore può trovare conferme alla sua vocazione. Solo che parlare di scrittura creativa in Italia non è cosa facile, e chi tiene o chi frequenta un corso di scrittura ha sempre il problema di legittimarsi, di difendersi da coloro che sostengono che a scrivere non si può insegnare. Fortunatamente la scrittura creativa non è nata in Italia, e così, mutuando la creative writing dagli Stati Uniti abbiamo mutuato anche le stesse obiezioni a questa attività e le spiegazioni necessarie a giustificarla.
Molti scrittori italiani prendendo a prestito le parole di John Gardner sostengono che si può imparare a scrivere come si può imparare a suonare il violino, a giocare a tennis, a cucinare torte di crema. Per loro infatti insegnare a scrivere significa trasmettere delle tecniche.
Ma cosa significa davvero scrittura creativa? Se dovessi darne una definizione direi che l'oggetto di questa disciplina non è un tipo di scrittura professionale, come può esserlo la redazione di un curriculum vitae, di una tesi di laurea, di un saggio o di un articolo di giornale, ma una scrittura diversa, che si occupa di fabbricare un mondo fittizio con la fantasia e con la memoria.
Credo che al di là dei consigli e dei trucchi un manuale o un corso di scrittura abbiano il potere di trasmettere un modo di rapportarsi al gesto della scrittura basato sulla lentezza, sulla passione e sul rispetto della parola.


(1) D. MARAINI, Il sale sulla coda, in «Il Corriere della Sera», 28 marzo 2006, p. 36.
(2) http://guide.supereva.com/scrittura_creativa/interventi/2004/08/171040.shtml
(3) http://guide.supereva.com/scrittura_creativa/interventi/2004/08/171040.shtml
(4) http://guide.supereva.com/scrittura_creativa/interventi/2004/08/171040.shtml
(5) N. GINZBURG, Le piccole virtù, Torino, Einuadi, 1963, p. 71
(6) J. GARDNER, Il mestiere dello scrittore, cit, p. 100.