| |
Pubblicazione iscritta nel registro della stampa del Tribunale di Firenze con il n. 50516 del 06/09/06
Editore Elena Narbone - Direttore responsabile Elettra Gullè - Redazione redazione@murenaletteraria.it
ARCHIVIO NUMERI PASSATI: NUMERO 0
DELLA LETTERATURA E DI ANTON PAVLOVIC CECHOV
A cura di Maurizio Masi
La rubrica di questa sezione si propone di presentare e far conoscere i maggiori autori moderni e contemporanei, stimolando,
attraverso un gioco sottile di chiaroscuri, di intravisto ma non visto, sintetizzando qualità e leggerezza, le papille
gustative del cervello del lettore. Proprio quella qualità della leggerezza di cui tanto aveva parlato Calvino nelle
famose Lezioni americane, requisito essenziale, io direi per navigare e sopravvivere nel mare magnum della modernità,
dove modernità spesso significa lotta ardua contro la tirannia del tempo.
Si tratterà quindi di offrire una galleria ritrattistica quanto mai eterogenea ma interessante di frammenti di testi,
registrazioni di pensieri, profili di esistenze, che il singolo lettore potrà eventualmente scegliere di approfondire
e leggere per proprio conto.
Si vuole, in questo senso, intraprendere un viaggio attraverso una rassegna letteraria non lineare e sistematica: un percorso
a zig zag, per spizzichi e bocconi, attraverso la giostra variopinta e multietnica della letteratura narrativa, da Oriente ad
Occidente, volando dalla Russia zarista di Anton Cechov, all’America allucinata ed esterrefatta di Poe, con puntate non
meno interessanti nel fascino ambiguo e pruriginoso dell’Inghilterra vittoriana, senza infine dimenticare di soggiornare
in casa nostra.
Attraverso un filo conduttore interno ed invisibile, il lettore sarà provvidenzialmente portato per mano a scoprire quale
interpretazione autori diversi, in epoche diverse offrono del fenomeno cosiddetto esistenza, analizzato ed osservato in tutte
le sue più diverse e significative manifestazioni e sfumature: dalla concezione più materialista a quella
più aperta alle correnti spirituali, dall’avvertimento di un senso di sfiducia e di vaga superstizione, alla
perdita di identità sfumata nelle nebbie dell’alcool e delle droghe.
Alla fine del viaggio il lettore potrà farsi un’ idea più chiara o sicuramente più variegata e piena
di risoluzioni intermedie del pianeta letteratura.
Cominceremo quindi a parlare del racconto e in particolare dei Racconti di Cechov.
Il racconto, come genere è un concentrato di essenze, situazioni, un amalgama di pannelli e successioni temporali
diverse, improvvisamente catapultate di fronte all’attenzione del lettore senza che questi neppure abbia la
capacità di rendersene conto. Quanto minore risulta la capacità fisica del contenitore, tanto maggiore
sarà la densità dei fatti, o meglio la loro risonanza interiore, l’onda d’urto emotiva sul lettore.
Con un effetto, talvolta, spiazzante, di magico rapimento e coinvolgimento emotivo in un altro orizzonte mentale, misterioso
e metafisico, lontano dai fatti banali e ripetitivi di ogni giorno. La brevità ha, infatti, il pregio non indifferente
di riuscire ad amalgamare più motivi e situazioni in un'unica struttura, compatta, precisa ma, come nel caso di Cechov,
contraddittoriamente aperta al mistero, al non detto, a ciò che viene sottilmente suggerito. Quasi mai i suoi racconti
hanno una fine ben precisa: un epilogo. La scena breve ma intensa rimane aperta all’inverosimile, a ciò che
può accadere e che sta in agguato di fronte al protagonista come al lettore, in attesa di ciò che può
come non può misteriosamente accadere. Spetta alla fantasia e all’intelligenza di chi legge indovinare lo
sviluppo successivo e il possibile evolversi della vicenda.
Perché, dunque, si chiederà il lettore questa doppia scelta del racconto e, in particolare, dei Racconti di
Cechov? Chi era costui? Un guru, un saggio profeta del Vecchio Testamento emigrato e misteriosamente disperso nelle zone
vaste e silenziose della Russia, un medico-filosofo? Forse quest’ultima risposta si avvicina più delle altre
alla vera essenza del personaggio in questione. La conoscenza fisica, o meglio fisiologica dell’uomo non dovrebbe,
teoricamente, mai risultare disgiunta da un’approfondita conoscenza sia della vita che delle leggi misteriose, che ne
regolano i processi emotivi e psicologici. Filosofia della vita come anche filosofia della medicina. Filosofia della
letteratura come medicina con cui potere se non curare, almeno denunciare, evidenziare ed esporre le malinconie esistenziali.
E’ questo, infatti, l’aspetto più interessante e originale dello scrittore russo, a mio avviso quello che
desta maggiore interesse e curiosità intellettuale, volontà di lettura e comprensione dei diversi ruoli
rappresentati dai singoli personaggi. Sembrerebbe di impostare, ancora una volta, la solita equazione della letteratura come
riparazione o sostituzione di un atto mancato: in realtà Cechov non si propone, anche se in realtà lo è,
quale analista delle sue creature, rappresentazione dello scrittore stesso, o meglio, fantasmi ed immagini che lo ritraggono
in modo diverso a seconda di come lo sguardo del lettore si posi e si adagi su di un particolare o sull’altro. Non
saprei rispondere in maniera esaustiva se il lato malinconico o quello buffo ed ironico tendano a prevalere nell’aspetto
dell’autore. Buffo e malinconico si incontrano in lui, come nelle sue creazioni. Di fronte alla grandezza, non resta
cosa migliora da fare che congedarsi col silenzio o, come nel mio caso, tentare un abbozzo, a grandi linee, fatto più
di vuoti e mancanze che di pieni, più per capacità di suggerire, sussurrare o accennare che per detto e dato
per sicuro. Come quando si cerca di tracciare il ritratto a matita di una figura quasi perfetta e ci si accorge che la forma
immancabilmente non potrà mai corrisponde all’idea.
Anton Pavlovic Cechov? Chi fu e chi è costui, visto che la letteratura non conosce limiti o separazioni di tempo?
Sicuramente un uomo affascinate, fisicamente ed intellettualmente, dotato di un forte ingegno, e di una grande carica di
umanità. I ritratti, il più famoso ed affascinante, quello fatto dal fratello pittore lo ritrae pensoso ed
assorto, con capelli voluminosi castani, uno sguardo penetrante nel vuoto. Una specie di eroe romantico, assorto nelle
involuzioni dei suoi pensieri, nelle circonlocuzioni da cui poi prendono spunto i suoni metafisici dei racconti. Proprio
questo ritratto è comparso nel 2004, in occasione del centenario dalla morte dello scrittore, sul supplemento letterario
del quotidiano parigino “Le Monde”, con un titolo a centro pagina assai significativo, che colpisce in pieno il
nucleo caratteriale dello scrittore e il tema portante della sua scrittura: Un sereno disperato. Un ossimoro, in realtà,
che ricalca perfettamente la vita e l’atteggiamento interiore dello scrittore. Leggendo i Racconti, ci accorgiamo,
immediatamente di una forte carica malinconica che traspare attraverso tutte le sue caratterizzazioni sia dei personaggi, sia
delle atmosfere.
Lo vedo di fronte a me, con gli occhi dell’immaginazione, con lo sguardo penetrante ed acuto, labbra sottili, venate da
sorriso un po’ beffardo come di chi ha vinto o forse capito nel modo migliore come evitare, scantonare le sfida della
vita. La medicina era la sua moglie legittima, la letteratura la sua amante, a suo dire. Peccato che forse, aggiungo io,
abbia sacrificato la seconda alla prima. Non per fare l’elogio dell’infedeltà ma per dare a Cesare quel
che è di Cesare, in parole povere, anche se le testimonianze sono concordi nel confermare la sua piena competenza
anche in campo medico. Nato a Taganrog nel 1864, piccolo paese di provincia in prossimità del mar d’Azov,
insofferente del clima ristretto e bigotto della cittadina, si avviò ben presto verso Mosca dove il padre, a causa
del fallimento della piccola azienda a conduzione familiare, si era nel frattempo trasferito con il resto della famiglia in
attesa del termine degli studi liceali del figlio Anton. A Mosca intraprese all’Università studi di medicina,
guadagnandosi nel frattempo, da vivere proprio con la scrittura, collaborando su riviste o piccoli giornali di tono satirico
o umoristico che ritraevano, in maniera ironica personaggi veri o fittizi della quotidiana vita di Mosca e firmandosi,
bizzarramente con i più diversi pseudonimi. Rimase sempre schivo, appartato, dalla vita e dal magma incandescente della
vita sociale ed intellettuale moscovita, a parte il lungo e stretto sodalizio, poi improvvisamente interrotto con lo
scrittore, amico, ed editore Suvorin.
|
|